Categoria: Rac­con­ti

Una for­chet­ta. Per­ché no? Una for­chet­ta sareb­be sta­ta per­fet­ta. La pri­ma per­so­na a sui­ci­dar­si a for­chet­ta­te. La giu­sta fusio­ne tra ridi­co­lo e tra­gi­co. Quel­li del talent show ne sareb­be­ro sta­ti entu­sia­sti e il pub­bli­co era sicu­ra­men­te stan­co di gen­te ful­mi­na­ta, di voli sull’asfalto, di lamet­te e pisto­le.
Dis­si al bari­sta di ver­sar­mi un’altra pin­ta e riles­si i modu­li d’iscrizione. Una sem­pli­ce libe­ra­to­ria e avrei esau­di­to i miei due uni­ci desi­de­ri: por­re fine alla mia vita in manie­ra spet­ta­co­la­re e tira­re un col­po bas­so alle iene con le qua­li con­di­vi­de­vo una fra­zio­ne signi­fi­ca­ti­va di geni. Sì per­ché ave­vo inten­zio­ne di dona­re il com­pen­so del pro­gram­ma alla cau­sa più inu­ti­le e ridi­co­la che riu­scis­si a tro­va­re. Ne ave­vo valu­ta­te mol­te e ormai la scel­ta era tra il finan­zia­re un gene­ra­to­re orgo­ni­co anti scie chi­mi­che alle iso­le Sval­bard o il Cen­tro di Rie­du­ca­zio­ne Vega­na per Leo­ni in Kenya. Uno vale­va l’altro ma quel­lo che con­ta­va era che il milio­ne di euro per il mio sui­ci­dio non arri­vas­se mai alla mia fami­glia.

Era una vec­chia tigre, trop­po vec­chia per ricor­da­re qual­co­sa di diver­so dal­la car­ne sen­za san­gue, dal­la fru­sta del doma­to­re e dal­la paglia ran­ci­da del­la gab­bia.
Ave­va avu­to una com­pa­gna un tem­po, for­se. Non ne era più sicu­ro. Però un tem­po la gab­bia vici­na era occu­pa­ta ma non riu­sci­va pro­prio a ricor­da­re chi o da cosa.
L’unica cosa che le era chia­ra era il dolo­re. Il dolo­re pul­san­te che ave­va al posto del­la coda.

La mat­ti­na­ta era ini­zia­ta dav­ve­ro male: non tro­va­vo il tem­pe­ra­ma­ti­te. Nul­la di gra­ve se non fos­se che ero già in ritar­do di una set­ti­ma­na sul­la con­se­gna del­le tavo­le all’editore. Era­no due not­ti che non dor­mi­vo per fini­re il lavo­ro, poi dico­no che i vignet­ti­sti comi­ci si diver­to­no.
Insom­ma la mat­ti­na era ini­zia­ta male poi, ovvia­men­te, andò peg­gio.

Dagli audio appun­ti di Ales­san­dro Urba­ni, restau­ra­to­re edi­li­zio.

4 gen­na­io

Sto restau­ran­do una serie di appar­ta­men­ti sul lito­ra­le,
risal­go­no a pri­ma del sal­va­tag­gio dei Gloop.
Oggi ho tro­va­to una mati­ta. Ho scrit­to la paro­la “mati­ta” su una mat­to­nel­la pri­ma di sbri­cio­lar­la.

6 gen­na­io

Oggi ho scrit­to un’altra paro­la.
Non mi sem­bra che la mia men­te vada in pez­zi.

La cosa che più gli dava la nau­sea era che al con­cer­to dei Rot­ting Skulls ce l’aveva por­ta­ta lui. “Dai han­no fat­to anche da grup­po spal­la dei Metal­li­ca. Spac­ca­no.” le ave­va det­to. Fan­cu­lo. L’aveva tro­va­ta al bagno del loca­le duran­te una pau­sa che lo suc­chia­va al bat­te­ri­sta.
Il par­co, buio, sem­bra­va un buco nero sca­va­to tra i palaz­zi. Ver­so il cen­tro si vede­va­no gli inter­mit­ten­ti baglio­ri ros­si di siga­ret­te, o can­ne, che pas­sa­va­no di mano in mano e arri­va­va­no le note smor­za­te di qual­cu­no che suo­na­va. Aspet­tò che gli occhi si abi­tuas­se­ro e indi­vi­duò una pan­chi­na.
Scal­dò un po’ di fumo sul pal­mo del­la mano con l’accendino e lo sbri­cio­lò. Allun­gò la mano destra e si rese con­to che nes­su­no gli avreb­be pas­sa­to il tabac­co da mischia­re. Sara lo face­va sem­pre. Non c’era biso­gno di chie­de­re o met­ter­si d’accordo. Era scon­ta­to, lui rol­la­va e lei gli pas­sa­va tut­to. Tabac­co, fil­tro e car­ti­na. Una cosa pic­co­la, ma era­no le cose pic­co­le, le tan­tis­si­me cose pic­co­le che Sara face­va che gli ave­va­no riem­pi­to la vita.
Fos­se sta­to il can­tan­te alme­no. Inve­ce era il bat­te­ri­sta quel coso bas­so e tut­to stor­to. Gira­va voce che la vera men­te del grup­po fos­se lui ma non pen­sa­va che nei pochi minu­ti tra quan­do la fol­la li ave­va sepa­ra­ti e quan­do l’aveva tro­va­ta in ginoc­chio al bagno degli uomi­ni potes­se­ro aver par­la­to mol­to.
Riu­scì con una sola mano a strap­pa­re un bigliet­to dell’autobus e far­ne un fil­tro. Il cal­do, il buio e le tre bir­re che si era sco­la­to una die­tro l’altra lo ave­va­no reso gof­fo; quel­lo che si ritro­vò in mano era un pic­co­lo sal­sic­ciot­to di car­ta e tabac­co. L’accese e aspi­rò la pri­ma boc­ca­ta. La musi­ca che sen­ti­va veni­re dal cen­tro del par­co era cam­bia­ta, ades­so sem­bra­va roba suda­me­ri­ca­na. Si sdraiò sul­la pan­chi­na con lo zai­no come cusci­no. Il fumo dise­gna­va del­le lame azzur­ri­ne quan­do incro­cia­va la luce luna­re che fil­tra­va tra gli albe­ri.

Mi tirai su il bave­ro del giac­co­ne per ripa­rar­mi dall’umida alba di Casal Paloc­co, men­tre osser­va­vo dal giar­di­no i due cada­ve­ri raf­fred­dar­si sul nostro diva­no. Il gas ave­va fun­zio­na­to rego­lar­men­te. Anche se non era­no real­men­te loro, anche se non era­no altro che copie, vede­re i vol­ti dei pro­pri cari mor­ti tut­te le mat­ti­ne è sem­pre una cosa che scuo­te den­tro. Non mi ci abi­tue­rò mai.

Mia moglie e mio figlio tor­na­ro­no dal gara­ge con i tre sac­chi per cada­ve­ri col logo del comu­ne. La leg­ge era chia­ra «Ogni cit­ta­di­no è per­so­nal­men­te respon­sa­bi­le del cor­ret­to smal­ti­men­to dei pro­pri simu­la­cri».

Feci par­ti­re l’impianto di ven­ti­la­zio­ne col tele­co­man­do e dopo un paio di minu­ti entram­mo. L’impianto Ziklon era costa­to parec­chio ma con­si­de­ran­do l’alternativa era val­so ogni euro spe­so. Non è pia­ce­vo­le eli­mi­na­re le copie e dover­lo fare di per­so­na può esse­re trau­ma­ti­co. L’ingegner Mone­ta, il nostro vici­no, non ha mai volu­to un impian­to Ziklon e dopo un paio d’anni di smal­ti­men­ti sua moglie non ha ret­to più. Gra­ve esau­ri­men­to ner­vo­so, è diven­ta­ta pra­ti­ca­men­te cata­to­ni­ca.

«Papà il tuo non c’è» dis­se Mar­co dall’interno del­la casa. L’adolescenza gli sta­va cam­bian­do la voce e gli sta­va facen­do cre­sce­re una scu­ra pelu­ria sot­to il naso, la sua copia ne era anco­ra pri­va.

«Cer­ca in came­ra da let­to» rispo­si «anche sot­to il let­to». Un paio di vol­te l’avevo tro­va­ta lì.

Clau­dio salu­tò il diret­to­re del per­so­na­le con mal­ce­la­ta delu­sio­ne. Il col­lo­quio era anda­to mol­to male. L’annuncio era per un ammi­ni­stra­to­re di siste­ma con anni di espe­rien­za, men­tre in real­tà quel­lo che cer­ca­va­no era qual­cu­no per cam­bia­re le car­tuc­ce alle stam­pan­ti e aiu­ta­re degli inca­pa­ci che usa­va­no il let­to­re cd come por­ta­taz­za. Oltre­tut­to con un con­trat­to a pro­get­to di tre mesi.

«Mi dispia­ce signor Fabret­ti, ma lei è dav­ve­ro trop­po qua­li­fi­ca­to per noi e que­sta è l’unica offer­ta che pos­sia­mo far­le.» gli ave­va det­to l’esaminatore.

Clau­dio ci ave­va pen­sa­to alcu­ni secon­di pri­ma di rispon­de­re «Ma scu­si non lo ave­va­te dedot­to dal cur­ri­cu­lum? Per­ché ave­te comun­que volu­to il col­lo­quio?» que­sto lavo­ro non l’avrebbe accet­ta­to, era da dispe­ra­ti «Abbia­mo per­so entram­bi ore pre­zio­se non cre­de?»