Storie di Ghainar Posts

Mi tirai su il bave­ro del giac­co­ne per ripa­rar­mi dall’umida alba di Casal Paloc­co, men­tre osser­va­vo dal giar­di­no i due cada­ve­ri raf­fred­dar­si sul nostro diva­no. Il gas ave­va fun­zio­na­to rego­lar­men­te. Anche se non era­no real­men­te loro, anche se non era­no altro che copie, vede­re i vol­ti dei pro­pri cari mor­ti tut­te le mat­ti­ne è sem­pre una cosa che scuo­te den­tro. Non mi ci abi­tue­rò mai.

Mia moglie e mio figlio tor­na­ro­no dal gara­ge con i tre sac­chi per cada­ve­ri col logo del comu­ne. La leg­ge era chia­ra «Ogni cit­ta­di­no è per­so­nal­men­te respon­sa­bi­le del cor­ret­to smal­ti­men­to dei pro­pri simu­la­cri».

Feci par­ti­re l’impianto di ven­ti­la­zio­ne col tele­co­man­do e dopo un paio di minu­ti entram­mo. L’impianto Ziklon era costa­to parec­chio ma con­si­de­ran­do l’alternativa era val­so ogni euro spe­so. Non è pia­ce­vo­le eli­mi­na­re le copie e dover­lo fare di per­so­na può esse­re trau­ma­ti­co. L’ingegner Mone­ta, il nostro vici­no, non ha mai volu­to un impian­to Ziklon e dopo un paio d’anni di smal­ti­men­ti sua moglie non ha ret­to più. Gra­ve esau­ri­men­to ner­vo­so, è diven­ta­ta pra­ti­ca­men­te cata­to­ni­ca.

«Papà il tuo non c’è» dis­se Mar­co dall’interno del­la casa. L’adolescenza gli sta­va cam­bian­do la voce e gli sta­va facen­do cre­sce­re una scu­ra pelu­ria sot­to il naso, la sua copia ne era anco­ra pri­va.

«Cer­ca in came­ra da let­to» rispo­si «anche sot­to il let­to». Un paio di vol­te l’avevo tro­va­ta lì.

Quel­lo che Dar­win per deli­ca­tez­za non ha volu­to dire, ami­ci miei, è che se sia­mo diven­ta­ti i padro­ni…

«È un’affermazione un po’ cate­go­ri­ca, ami­co, fa’ atten­zio­ne a quel che dici. I mor­ti stan­no sem­pre a guar­da­re». «Ma…

Clau­dio salu­tò il diret­to­re del per­so­na­le con mal­ce­la­ta delu­sio­ne. Il col­lo­quio era anda­to mol­to male. L’annuncio era per un ammi­ni­stra­to­re di siste­ma con anni di espe­rien­za, men­tre in real­tà quel­lo che cer­ca­va­no era qual­cu­no per cam­bia­re le car­tuc­ce alle stam­pan­ti e aiu­ta­re degli inca­pa­ci che usa­va­no il let­to­re cd come por­ta­taz­za. Oltre­tut­to con un con­trat­to a pro­get­to di tre mesi.

«Mi dispia­ce signor Fabret­ti, ma lei è dav­ve­ro trop­po qua­li­fi­ca­to per noi e que­sta è l’unica offer­ta che pos­sia­mo far­le.» gli ave­va det­to l’esaminatore.

Clau­dio ci ave­va pen­sa­to alcu­ni secon­di pri­ma di rispon­de­re «Ma scu­si non lo ave­va­te dedot­to dal cur­ri­cu­lum? Per­ché ave­te comun­que volu­to il col­lo­quio?» que­sto lavo­ro non l’avrebbe accet­ta­to, era da dispe­ra­ti «Abbia­mo per­so entram­bi ore pre­zio­se non cre­de?»

Quar­tie­re peri­fe­ri­co di Roma, il sole è tra­mon­ta­to da qual­che ora.

La stra­da deser­ta è illu­mi­na­ta solo dal­la luna pie­na. Da un bal­co­ne, al pri­mo pia­no di una palaz­zi­na immer­sa nel buio del blac­kout, si dif­fon­de l’odore del tabac­co da pipa e una voce.

«No. Non la chia­mo mam­ma, già è un mira­co­lo riu­sci­re ad ave­re abba­stan­za cor­ren­te dal gene­ra­to­re per il ripe­ti­to­re sul palaz­zo. Non mi va di usa­re la ben­zi­na solo per pas­sa­re due ore a sen­ti­re sto­rie di gat­ti fan­ta­sma e di luci sul mare.»

Cappello_AlpinoGuar­dai il nume­ret­to che ave­vo in mano: spor­tel­lo 15334 nume­ro 12.
Arri­va­re al Mini­ste­ro del­le Cer­ti­fi­ca­zio­ni all’alba non era ser­vi­to, davan­ti a me c’era un vec­chio col cap­pel­lo da alpi­no e una car­tel­li­na gon­fia fino a scop­pia­re di fogli, docu­men­ti, cer­ti­fi­ca­ti. Cur­vo sul basto­ne si sta­va avvi­ci­nan­do allo spor­tel­lo. Se non ave­va por­ta­to l’autocertificazione c’era il rischio che rima­nes­se allo spor­tel­lo per chis­sà quan­to.
Osser­vai la car­tel­li­na che ave­va sot­to­brac­cio, allun­gai la mano e col dito spin­si appe­na al cen­tro dei fogli. Bastò. Si river­sa­ro­no fuo­ri svo­laz­zan­do davan­ti al vec­chio. Men­tre si chi­na­va svi­co­lai in avan­ti e mi piaz­zai allo spor­tel­lo. Sco­prii che ave­vo gua­da­gna­to ben poco tem­po.
“Deve por­tar­mi il modu­lo A–38”