Qual­co­sa che grat­ta

Qual­co­sa che grat­ta

di Fede­ri­co Maio­ri­ni

Qualcosa che grattaQuel tin­tin­nio metal­li­co lo cono­sce­va bene. La stu­pi­da cop­pet­ta era cadu­ta di nuo­vo.
For­se l’umidità, for­se il ven­to che sen­ti­va inca­na­lar­si nel­le pare­ti cave. Il risul­ta­to era che il moz­zi­co­ne di tubo che spor­ge­va vici­no al lava­bo era sem­pre sco­per­to. Nono­stan­te que­sta vol­ta ci aves­se mes­so anche il sili­co­ne.
Andò in bagno, la cop­pet­ta se ne sta­va pen­zo­lan­te da dei fila­men­ti di sili­co­ne che la tene­va­no come lia­ne di muco. Quel tubo rug­gi­no­so gli face­va schi­fo e se l’idraulico non fos­se sta­to un tota­le idio­ta incom­pe­ten­te l’avrebbe taglia­to, inve­ce ci ave­va solo avvi­ta­to sopra quel­la stu­pi­da cop­pet­ta d’acciaio.

Final­men­te Gia­da ave­va accet­ta­to un invi­to a cena e lui ave­va tut­te le inten­zio­ni di ave­re una casa impec­ca­bi­le. Rimi­se il sili­co­ne sul bor­do e all’interno del­la cop­pet­ta. La pre­met­te sul tubo spor­gen­te e aspet­tò qual­che secon­do. Tra la mat­to­nel­la e il bor­do del­la cop­pet­ta vide for­mar­si una pic­co­la bol­li­ci­na di sili­co­ne. La vide gon­fiar­si ed esplo­de­re con un leg­ge­ris­si­mo pop. Dove­va esse­re il ven­to, in qual­che modo si infi­la­va nel­le inter­ca­pe­di­ni di quel vec­chio palaz­zo. Dove­va tro­va­re il modo di bloc­ca­re la cop­pet­ta fin­ché il sili­co­ne non si fos­se sec­ca­to.
La lava­tri­ce. L’avevano por­ta­ta ieri e non ave­va anco­ra col­le­ga­to i tubi. Pesa­va più di quan­to si aspet­tas­se ma spin­gen­do e tiran­do riu­scì ad avvi­ci­nar­la alla cop­pet­ta. Ci mise anche un pez­zo di car­to­ne come sepa­ra­to­re, tan­to per non far­la graf­fia­re. Ades­so la cop­pet­ta era dav­ve­ro bloc­ca­ta. Qual­che ora sareb­be basta­ta, dove­va solo rispo­sta­re la lava­tri­ce pri­ma dell’arrivo di Gia­da.
Guar­dò l’ora, ave­va il tem­po di pas­sa­re da Ikea a com­pra­re piat­ti e bic­chie­ri per la cena. Tor­nò dopo qual­che ora otti­mi­sti­ca­men­te cari­co anche di len­zuo­la nuo­ve. Mol­lò tut­to sul diva­no e andò a con­trol­la­re il bagno. La cop­pet­ta era anco­ra al suo posto. Il pez­zo di car­to­ne inve­ce no, era a ter­ra. Nel timo­re di rovi­na­re la lava­tri­ce for­se non l’aveva spin­ta abba­stan­za. Pro­vò a muo­ve­re la cop­pet­ta. Era sal­da. Final­men­te. Spo­stò di nuo­vo la lava­tri­ce con­tro la pare­te oppo­sta. Ave­va appe­na dato l’ultima spin­ta acco­stan­do­la al muro che sen­tì un rumo­re. Un suo­no di stro­fi­na­men­to, appe­na per­cet­ti­bi­le. Rima­se in ascol­to. Veni­va dal muro. Qual­co­sa grat­ta­va l’interno del­la cop­pet­ta.
Un topo? For­se era per quel­lo che la cop­pet­ta con­ti­nua­va a cade­re. Die­de un col­po alle mat­to­nel­le “Ehi rat­to! Spia­cen­te ma la por­ta è defi­ni­ti­va­men­te chiu­sa.“
Il rumo­re ces­sò. Dove­va aver spa­ven­ta­to il topo. Pro­vò di nuo­vo la resi­sten­za del­la cop­pet­ta. Sen­tì di nuo­vo quel rumo­re. Il pen­sie­ro di un topo nel­la pare­te gli dava la nau­sea. E se quel­la sera Gia­da fos­se anda­ta in bagno? Avreb­be sen­ti­to quel grat­ta­re? Di sicu­ro non avreb­be accet­ta­to di pas­sa­re la not­te in una casa con un topo. Ave­va anco­ra un sac­chet­to di cemen­to avan­za­to dai lavo­ri, pote­va colar­lo nel muro, intor­no al tubo. E poi nien­te più unghiet­te che grat­ta­no. Por­tò il sac­chet­to in bagno e comin­ciò a mesco­la­re in un sec­chio di pla­sti­ca. Quan­do l’aveva visto fare dagli ope­rai era sem­bra­to faci­le. Non lo era, trop­po cemen­to. Aggiun­se più acqua, trop­pa acqua. Di nuo­vo trop­po cemen­to. Alla fine riem­pie il sec­chio fino all’orlo ma final­men­te del­la den­si­tà giu­sta.
Con una caz­zuo­la, dimen­ti­ca­ta dagli ope­rai, fece leva sul­la cop­pet­ta e riu­scì a stac­car­la dal muro. Sen­tì il rumo­re del topo che scap­pa­va ver­so il bas­so. Le pri­me caz­zuo­la­te ven­ne­ro let­te­ral­men­te risuc­chia­te nel buco. Il ven­to dove­va esse­re cam­bia­to. Meglio così, pen­sò. Il cemen­to anda­va giù con un suo­no liqui­do, una spe­cie di ingo­io. Caz­zuo­la­ta. Ingo­io. Caz­zuo­la­ta. Ingo­io. Fino a quan­do nel sec­chio non rima­se più nien­te. Il brac­cio gli face­va male per la fati­ca. Resi­stet­te e spia­nò il cemen­to intor­no al tubo spor­gen­te. La cop­pet­ta. Ora pote­va rimet­ter­la al suo posto. Si vol­tò e la pre­se. Sul­la cop­pet­ta c’era un minu­sco­lo forel­li­no, non ci ave­va fat­to caso pri­ma. La osser­vò meglio e notò che l’interno era tut­to graf­fia­to. Sen­tì qual­co­sa che si spiac­ci­ca­va die­tro di lui. Un po’ di cemen­to era cadu­to dal buco. E ne sta­va per cade­re altro. La super­fi­cie che ave­va fati­co­sa­men­te liscia­to era distur­ba­ta da un movi­men­to. Pen­sò di aver cemen­ta­to pure il topo e che quel­lo sta­va lot­tan­do per non affo­ga­re nel cemen­to. Qual­co­sa uscì dal flui­do gri­gio. Una cosa rosa e appun­ti­ta gros­sa come il suo migno­lo, la coda del rat­to? Pic­co­lo bastar­do, for­tu­na­ta­men­te ave­va gli spes­si guan­ti da lavo­ro a por­ta­ta di mano. Se li infi­lò con una mano affer­rò la coda spor­gen­te e con l’altra la caz­zuo­la.
Ti ammaz­zo rodi­to­re pen­sò. La coda era for­te. Tira­va il pic­co­let­to. Infi­lò la caz­zuo­la nel cemen­to fre­sco, cer­can­do di arri­va­re al cor­po del rat­to. Dove­va esse­re vici­no. Ave­va tira­to fuo­ri alme­no ven­ti cen­ti­me­tri di coda. Per una bestia del gene­re sareb­be sta­to più adat­to un col­tel­lo ma si sareb­be fat­to basta­re la caz­zuo­la. Con­ti­nuò a tira­re. La pun­ta del­la coda ebbe un fre­mi­to. La vide divi­der­si, aprir­si in tre. Una pic­co­la boc­ca, tre pic­co­le man­di­bo­le mol­li e pie­ne di den­ti. Lasciò la pre­sa disgu­sta­to. Non era una coda. La boc­ca si apri­va e chiu­de­va men­tre una pic­co­la lin­gua nera saet­ta­va den­tro e fuo­ri come se assag­gias­se l’aria. Con una serie di con­tor­sio­ni comin­ciò ad allun­gar­si fuo­ri dal muro.
Ver­so di lui. Arre­trò e si ritro­vò con le spal­le alla lava­tri­ce men­tre la cosa con­ti­nua­va ad usci­re. Un tre­mo­re scos­se di nuo­vo la cosa che si allun­gò velo­ce ver­so di lui. Riu­scì a scan­sar­si e quel­la si schian­tò sul­la lava­tri­ce. Le man­di­bo­le si chiu­se­ro sul­la scoc­ca metal­li­ca dell’elettrodomestico accar­toc­cian­do­lo e strap­pan­do­ne un pez­zo gran­de come un pugno. L’adrenalina del­la pau­ra lo fece scat­ta­re, si lan­ciò ver­so la por­ta men­tre la cosa si dava altri mor­si lace­ran­do la lava­tri­ce e con­ti­nuan­do ad allun­gar­si fuo­ri dal muro.
Roto­lò fuo­ri, chiu­se la por­ta del bagno e ci si sedet­te con­tro. Sen­za fia­to. Cos’era quel­la? Non un ser­pen­te, non con quel­la boc­ca. Come pote­va mor­de­re il metal­lo… una fit­ta die­tro la nuca lo para­liz­zò. Il suo ulti­mo pen­sie­ro razio­na­le fu che quel­la cosa pote­va sca­va­re nei muri, buca­re l’acciaio, masti­ca­re una lava­tri­ce e che lui si era ripa­ra­to die­tro una fra­gi­le por­ta di legno.
La cosa sca­vò nel mor­bi­do cer­vel­lo e attra­ver­so il fora­me occi­pi­ta­le si insi­nuò lun­go tut­ta la colon­na ver­te­bra­le suc­chian­do il midol­lo. Non una goc­cia di san­gue mac­chiò il pavi­men­to. Pochi minu­ti dopo il cor­po si scos­se, si alzò in pie­di e si fer­mò davan­ti alla por­ta di casa. In atte­sa. Una spe­cie di cor­do­ne ombe­li­ca­le rosa e ruvi­do come la coda di un rat­to, col­le­ga­va la sua nuca con il buco nel muro del bagno. Pul­sa­va al rit­mo di un cuo­re che non era quel­lo fer­mo dell’uomo.
Il cam­pa­nel­lo suo­nò. L’uomo, il cada­ve­re, la mario­net­ta allun­gò la mano e aprì la por­ta. Gia­da sor­ri­se “Ciao. Sono un po’ in ritar­do, scu­sa.” Lo abbrac­ciò e gli die­de un bacio sul­la guan­cia “Sei gela­to!” poi le sue dita rag­giun­se­ro la nuca dell’uomo, la cosa. Un urlo si fece stra­da nel­la sua gola. Del­la pol­ve­re le pas­sò davan­ti agli occhi, ver­so il bas­so, segui­ta da pic­co­li pez­zi gri­gi di into­na­co. Ebbe il tem­po di alza­re lo sguar­do al sof­fit­to, men­tre una pic­co­la boc­ca tri­lo­ba­ta saet­ta­va drit­ta ver­so la sua fron­te.

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