Sogni verdi

Era una vecchia tigre, troppo vecchia per ricordare qualcosa di diverso dalla carne senza sangue, dalla frusta del domatore e dalla paglia rancida della gabbia.
Aveva avuto una compagna un tempo, forse. Non ne era più sicuro. Però un tempo la gabbia vicina era occupata ma non riusciva proprio a ricordare chi o da cosa.
L’unica cosa che le era chiara era il dolore. Il dolore pulsante che aveva al posto della coda.

Si era ferita con una scheggia della gabbia, un frammento di legno che aveva strappato con gli artigli e che durante la notte le si era infilato a metà della coda. In pochi giorni aveva cominciato a farle molto male e ad avere un cattivo odore di cose morte. Era diventata nervosa e debole, il domatore smise di portarla sulla pista e cominciò a guardarla in modo strano.
Venne l’uomo col camice bianco e la grossa borsa a metterle un ago nel collo. Lo lasciò fare, come tante altre volte, perché sapeva che dopo l’ago sarebbe arrivato il sonno profondo e con esso dei sogni verdi. Sogni senza domatori e senza sbarre. Sogni che non capiva ma che la facevano sentire bene.
Non fu così quella volta, furono sogni di fuga, di paura e di dolore. Al risveglio svanì la paura ma il dolore rimase. Aveva solo dolore dove avrebbe dovuto esserci la sua coda.
Il dolore le rombava nelle orecchie, pulsando e facendola tremare. Forse non era solo quello, forse il rombo che sentiva non era dentro di lei: gli elefanti nel carro accanto si agitavano, barrivano e sbattevano la proboscide sulle sbarre.
Tutti gli animali del circo erano terrorizzati e il rombo, profondo, aumentava.
Solo la vecchia tigre era calma, sdraiata nelle sua gabbia che era tutto il suo mondo e che si era ristretto ancora di più. Per lei esisteva solo il dolore alla coda.
Il rombo aumentò, sembrava quasi il treno su cui le gabbie avevano viaggiato qualche volta. Tutto cominciò a tremare, i carri con le gabbie si scuotevano e saltavano insieme al terreno sotto di loro. Anche gli uomini correvano da una parte all’altra spaventati.
Il domatore passò davanti alla gabbia nell’istante in cui le sbarre piegate dalle scosse caddero a terra. La tigre sentì un fremito nuovo, come un ricordo che riemerge dopo un sogno. Per un attimo il domatore non fu più l’uomo con la frusta, fu solo qualcosa di veloce che si muoveva contro lo sfondo, qualcosa di più piccolo degli elefanti che correvano verso il sole.
Allungò una zampa fuori dalla gabbia, gli artigli estesi per la prima volta dopo anni. Il rumore del terremoto coprì quello, solo ricordato, della frusta.
La giacca rossa e la schiena del domatore si aprirono in parallele strisce cremisi. Non ci fu nemmeno il tempo di un grido, di un gemito, prima che le mandibole della tigre si chiudessero sul collo dell’uomo spezzandolo.
Il rumore si perse in lontananza. Il mondo lentamente cessò di tremare. Uno dei due elefanti barriva debolmente infilzato dai uno dei pali spezzati del tendone. Le gabbie erano quasi tutte in pezzi.
La vecchia tigre si guardò intorno. Il dolore alla coda era ancora forte ma per qualche motivo, il sangue che lappava dalla schiena lacera del domatore e lo sguardo terrorizzavo che le rivolgeva il pagliaccio bloccato sotto una cassa sembravano attutirlo.
Il sangue e l’odore della paura. Nonostante il dolore al posto della coda si sentiva bene.
Il sangue e l’odore della paura, come nei suoi sogni verdi.

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Federico Maiorini Written by:

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