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Era una vec­chia tigre, trop­po vec­chia per ricor­da­re qual­co­sa di diver­so dal­la car­ne sen­za san­gue, dal­la fru­sta del doma­to­re e dal­la paglia ran­ci­da del­la gab­bia.
Ave­va avu­to una com­pa­gna un tem­po, for­se. Non ne era più sicu­ro. Però un tem­po la gab­bia vici­na era occu­pa­ta ma non riu­sci­va pro­prio a ricor­da­re chi o da cosa.
L’unica cosa che le era chia­ra era il dolo­re. Il dolo­re pul­san­te che ave­va al posto del­la coda.

La mat­ti­na­ta era ini­zia­ta dav­ve­ro male: non tro­va­vo il tem­pe­ra­ma­ti­te. Nul­la di gra­ve se non fos­se che ero già in ritar­do di una set­ti­ma­na sul­la con­se­gna del­le tavo­le all’editore. Era­no due not­ti che non dor­mi­vo per fini­re il lavo­ro, poi dico­no che i vignet­ti­sti comi­ci si diver­to­no.
Insom­ma la mat­ti­na era ini­zia­ta male poi, ovvia­men­te, andò peg­gio.

Cappello_AlpinoGuar­dai il nume­ret­to che ave­vo in mano: spor­tel­lo 15334 nume­ro 12.
Arri­va­re al Mini­ste­ro del­le Cer­ti­fi­ca­zio­ni all’alba non era ser­vi­to, davan­ti a me c’era un vec­chio col cap­pel­lo da alpi­no e una car­tel­li­na gon­fia fino a scop­pia­re di fogli, docu­men­ti, cer­ti­fi­ca­ti. Cur­vo sul basto­ne si sta­va avvi­ci­nan­do allo spor­tel­lo. Se non ave­va por­ta­to l’autocertificazione c’era il rischio che rima­nes­se allo spor­tel­lo per chis­sà quan­to.
Osser­vai la car­tel­li­na che ave­va sot­to­brac­cio, allun­gai la mano e col dito spin­si appe­na al cen­tro dei fogli. Bastò. Si river­sa­ro­no fuo­ri svo­laz­zan­do davan­ti al vec­chio. Men­tre si chi­na­va svi­co­lai in avan­ti e mi piaz­zai allo spor­tel­lo. Sco­prii che ave­vo gua­da­gna­to ben poco tem­po.
“Deve por­tar­mi il modu­lo A–38”

Qual­co­sa che grat­ta

di Fede­ri­co Maio­ri­ni

Qualcosa che grattaQuel tin­tin­nio metal­li­co lo cono­sce­va bene. La stu­pi­da cop­pet­ta era cadu­ta di nuo­vo.
For­se l’umidità, for­se il ven­to che sen­ti­va inca­na­lar­si nel­le pare­ti cave. Il risul­ta­to era che il moz­zi­co­ne di tubo che spor­ge­va vici­no al lava­bo era sem­pre sco­per­to. Nono­stan­te que­sta vol­ta ci aves­se mes­so anche il sili­co­ne.
Andò in bagno, la cop­pet­ta se ne sta­va pen­zo­lan­te da dei fila­men­ti di sili­co­ne che la tene­va­no come lia­ne di muco. Quel tubo rug­gi­no­so gli face­va schi­fo e se l’idraulico non fos­se sta­to un tota­le idio­ta incom­pe­ten­te l’avrebbe taglia­to, inve­ce ci ave­va solo avvi­ta­to sopra quel­la stu­pi­da cop­pet­ta d’acciaio.