L’ultimo tre­no per Zeno

Zeno era pre­pa­ra­to, qua­si a tut­to. Il mestie­re del cane gui­da è duro ma i suoi adde­stra­to­ri era­no sta­ti bra­vi. E a lui era­no pia­ciu­ti quei mesi di adde­stra­men­to con Pao­lo. Impa­ra­re i coman­di era sta­to un gio­co con­ti­nuo. Ades­so però si sen­ti­va pron­to e da quel poco che capi­va Pao­lo gli sta­va dicen­do addio. Pote­va vede­re la tri­stez­za negli occhi dell’umano, anche lui era un po’ tri­ste ma sen­ti­va che il suo desti­no sta­va per com­pier­si: gli sareb­be sta­to affi­da­to qual­cu­no da gui­da­re. Un com­pi­to mol­to impor­tan­te, per il qua­le ave­va lavo­ra­to dura­men­te. Comun­que, per edu­ca­zio­ne, uggio­lò un po’ di dispia­ce­re a Pao­lo. Per far­lo con­ten­to.
Uno dei guar­dia­ni lo fece sali­re sul fur­go­ne. Il viag­gio non fu spia­ce­vo­le. Zeno lo pas­sò fan­ta­sti­can­do sul suo futu­ro pro­tet­to. Sareb­be sta­to un bam­bi­no o un adul­to? Avreb­be dovu­to pro­teg­ger­lo o solo gui­dar­lo? Lui ave­va avu­to anche un adde­stra­men­to di base nel­la dife­sa, sareb­be basta­to? I coman­di che gli ave­va­no inse­gna­to sareb­be­ro sta­ti suf­fi­cien­ti? In effet­ti più il viag­gio pro­se­gui­va più inter­ro­ga­ti­vi si affol­la­va­no nel suo pic­co­lo cer­vel­lo cani­no.
Inter­ro­ga­ti­vi spaz­za­ti via dall’eccitazione del por­tel­lo­ne del fur­go­ne che si apri­va. Cen­ti­na­ia di odo­ri diver­si e inten­sis­si­mi assa­li­ro­no le nari­ci di Zeno. Il guar­dia­no fu costret­to a far­lo scen­de­re a for­za dal fur­go­ne. Zeno guaì, il naso gli face­va qua­si male per gli odo­ri. Sì guar­dò intor­no, fio­ri. Fio­ri ovun­que.
Una uma­na con un basto­ne ed un paio di occhia­li neri usci dal nego­zio di fio­ri. Era lei! Ave­va un viso sim­pa­ti­co incor­ni­cia­to da un casco di capel­li ric­ci, sor­ri­de­va e si avvi­ci­nò tastan­do il mar­cia­pie­de con il basto­ne.
La stu­diò in silen­zio men­tre par­la­va col guar­dia­no. La fio­ra­ia par­la­va in modo stra­no e per qual­che moti­vo il guar­dia­no ne sem­bra­va diver­ti­to. Comun­que non era cosa che lo inte­res­sas­se. Il naso si era assue­fat­to ai fio­ri e ades­so riu­sci­va a distin­gue­re il suo odo­re.
Il guar­dia­no pas­sò a lei il guin­za­glio e lui la seguì docil­men­te nel nego­zio.
La fio­ra­ia si muo­ve­va nel nego­zio sen­za pro­ble­mi, ser­ven­do clien­ti, taglian­do e con­fe­zio­nan­do maz­zi di fio­ri affi­dan­do­si solo al tat­to e all’olfatto. Zeno la ammi­ra­va. C’era solo una cosa che lo distur­ba­va: la sua voce. O meglio quel­lo stra­no suo­no che lei face­va per chia­mar­lo, una cosa a metà tra il ron­zio di una zan­za­ra e la sire­na di un ambu­lan­za.
Quan­do la sen­ti­va gli sem­bra­va che qual­cu­no gli stes­se mor­den­do le orec­chie.
Ogni vol­ta che dove­va­no usci­re dal nego­zio per anda­re in sta­zio­ne a pren­de­re la metro per tor­na­re a casa par­ti­va con quel­la tor­tu­ra. Comin­cia­va con una spe­cie di ron­zio “Zzzz…zzzee” poi una pic­co­la pau­sa per pren­de­re fia­to e attac­ca­va la sire­na “zzz­zeeeee­no!” e vai con le fit­te alle orec­chie.
Lui ave­va pre­so l’abitudine di pre­ce­der­la e far­si tro­va­re pron­to al suo fian­co quan­do sen­ti­va che sta­va­no per chiu­de­re il nego­zio ma non sem­pre ci riu­sci­va.
Era anche una uma­na pia­ce­vo­le e quan­do par­la­va, a par­te il modo buf­fo col qua­le lo face­va, non gli dava fasti­dio. Il pro­ble­ma nasce­va quan­do alza­va un po’ la voce che si tra­sfor­ma­va in un suo­no stri­du­lo e sal­tel­lan­te. Zeno tra le vol­te che lei lo chia­ma­va per nome “Zzz…zzzee…eee…zzzenooooo!” e quel­le con le qua­li usa­va un vez­zeg­gia­ti­vo “Tttt…tttessss…ttesor…ro!” o “P…ppp…pppuccci!” comin­ciò ad esse­re­ne stan­co. Guar­da­va con sem­pre mag­gio­re invi­dia i suoi simi­li non adde­stra­ti tra­sci­na­re i padro­ni per la stra­da o far­si por­ta­re, quel­li più pic­co­li, addi­rit­tu­ra in brac­cio.
Ogni vol­ta che lei lo chia­ma­va “Zzzz…zzzeeee…zzzeeeno!” era una feri­ta ai suoi tim­pa­ni e alla sua fie­rez­za di cane gui­da.
Un gior­no la fio­ra­ia non chiu­se il nego­zio pri­ma di cena come al soli­to, c’era sta­ta una festa nel quar­tie­re e qua­si tut­ti i nego­zi era­no rima­sti aper­ti. La festa era sta­ta mol­to rumo­ro­sa e per tut­to il gior­no la fio­ra­ia ave­va dovu­to gri­da­re per far­si sen­ti­re dai clien­ti. Per Zeno era sta­ta una tor­tu­ra “Sss…sssi…ssignore illll…illl… il resto!” “Graaahaa…aaa…aaazie” “Eeee…eee…eeecco i i i suo…sss…fiori”. Quan­do lei abbas­sò la ser­ran­da a Zeno face­va­no male le orec­chie e pen­sò che dopo­tut­to esse­re sta­to adde­stra­to era sta­ta una sfor­tu­na.
Arri­va­ro­no nel­la sta­zio­ne deser­ta. Lei sedet­te su una pan­chi­na e lui le rima­se vici­no, se si fos­se mos­so lei avreb­be usa­to quel­la voce dolo­ro­sa per chia­mar­lo.
In lon­ta­nan­za sen­ti lo sfer­ra­glia­re del tre­no, era­no arri­va­ti giu­sto in tem­po per l’ultima cor­sa del­la sera­ta. Zeno non vede­va l’ora di tor­nar­se­ne nel­la sua cuc­cia, a dor­mi­re, nel silen­zio. Poi però pen­sò che l’indomani tut­to sareb­be rico­min­cia­to. Se con­ti­nua­va così teme­va sareb­be diven­ta­to sor­do, ave­va anco­ra i tim­pa­ni dolo­ran­ti dal­la gior­na­ta pas­sa­ta. Dove­va far­la fini­ta.
La metro sta­va arri­van­do ma era anco­ra trop­po lon­ta­na per­ché qua­lun­que uma­no potes­se udir­lo. Zeno si alzò di scat­to, la mani­glia sul­la sua schie­na sfug­gì di mano alla fio­ra­ia, si avvi­ci­nò al bor­do del­la ban­chi­na e si girò nel­la dire­zio­ne di arri­vo del tre­no.
La fio­ra­ia sen­tì il tre­no arri­va­re. Dap­pri­ma come una fasti­dio­sa zan­za­ra poi con la for­za di una moto­se­ga la sua voce attac­cò i tim­pa­ni di Zeno “zzz…ZZZZEEEZZZEEENOOO!!!”
Lui fis­sa­va le luci del tre­no che si avvi­ci­na­va, sta­va ral­len­tan­do.
La fio­ra­ia allar­ma­ta con­ti­nua­va a feri­re l’udito del pove­ro cane.
Zeno spor­se la testa oltre la ban­chi­na. Vole­va far­la fini­ta. Sen­tì la mano del­la fio­ra­ia sfio­rar­gli la coda.
Il tre­no in cari­ca come un toro infu­ria­to era a pochi metri. Zeno pen­sò che for­se fare il cane da com­pa­gnia non dove­va esse­re male. Indie­treg­giò men­tre la testa del tre­no lo supe­ra­va. Tor­nò dal­la fio­ra­ia che affer­rò la mani­glia final­men­te zit­ta. La accom­pa­gnò davan­ti alle por­te aper­te di un vago­ne vuo­to. La fio­ra­ia tastò col basto­ne lo spa­zio vuo­to tra la ban­chi­na e il vago­ne e fece un pas­so avan­ti. La stret­ta sul­la mani­glia si allen­tò.
Zeno pen­sò mor­to, ran­da­gio o da com­pa­gnia, qua­lun­que cosa tran­ne quel­lo che subi­va ades­so ogni gior­no. Scat­tò all’indietro, la fio­ra­ia per­se la pre­sa e lui le sgui­sciò tra le gam­be.
La fio­ra­ia inciam­pò “Zzz…Zzz…Zzzeno!!!” urlò, cad­de all’interno del vago­ne, le por­te si chiu­se­ro e il tre­no se la por­tò via.

Gra­zie a Dee­pa che ha mes­so il tre­no, a Fede­ri­ca che ha mes­so le more e a Fran­ce­sca che ha sal­va­to la fio­ra­ia.

Arti­co­li recen­ti

2 Comments

  1. Settembre 18, 2013
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    Bel­lo. Inte­res­san­te come rie­sci ad imme­de­si­mar­ti nel modo di ragio­na­re di un cane.

  2. gecolga
    Settembre 27, 2013
    Reply

    Che idea! Mo por­to qual­cu­no in metro…

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