Categoria: Rac­con­ti

Quar­tie­re peri­fe­ri­co di Roma, il sole è tra­mon­ta­to da qual­che ora.

La stra­da deser­ta è illu­mi­na­ta solo dal­la luna pie­na. Da un bal­co­ne, al pri­mo pia­no di una palaz­zi­na immer­sa nel buio del blac­kout, si dif­fon­de l’odore del tabac­co da pipa e una voce.

«No. Non la chia­mo mam­ma, già è un mira­co­lo riu­sci­re ad ave­re abba­stan­za cor­ren­te dal gene­ra­to­re per il ripe­ti­to­re sul palaz­zo. Non mi va di usa­re la ben­zi­na solo per pas­sa­re due ore a sen­ti­re sto­rie di gat­ti fan­ta­sma e di luci sul mare.»

Cappello_AlpinoGuar­dai il nume­ret­to che ave­vo in mano: spor­tel­lo 15334 nume­ro 12.
Arri­va­re al Mini­ste­ro del­le Cer­ti­fi­ca­zio­ni all’alba non era ser­vi­to, davan­ti a me c’era un vec­chio col cap­pel­lo da alpi­no e una car­tel­li­na gon­fia fino a scop­pia­re di fogli, docu­men­ti, cer­ti­fi­ca­ti. Cur­vo sul basto­ne si sta­va avvi­ci­nan­do allo spor­tel­lo. Se non ave­va por­ta­to l’autocertificazione c’era il rischio che rima­nes­se allo spor­tel­lo per chis­sà quan­to.
Osser­vai la car­tel­li­na che ave­va sot­to­brac­cio, allun­gai la mano e col dito spin­si appe­na al cen­tro dei fogli. Bastò. Si river­sa­ro­no fuo­ri svo­laz­zan­do davan­ti al vec­chio. Men­tre si chi­na­va svi­co­lai in avan­ti e mi piaz­zai allo spor­tel­lo. Sco­prii che ave­vo gua­da­gna­to ben poco tem­po.
“Deve por­tar­mi il modu­lo A–38”

Ammet­to che non è un rac­con­to par­ti­co­lar­men­te riu­sci­to, trop­po auto­re­fe­ren­zia­le, pen­so però che sia comun­que diver­ten­te.
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La pen­na

di Fede­ri­co Maio­ri­ni

L’alba comin­cia­va a schia­ri­re la stan­za, se ne sta­va a gam­be incro­cia­te sul diva­no da ore, il qua­der­no in una mano e una pen­na nell’altra. Lo sguar­do fis­so sui qua­dret­ti vuo­ti del foglio. Ogni tan­to la pun­ta del­la pen­na toc­ca­va il foglio, trac­cia­va l’abbozzo di una let­te­ra, un pez­zo di A, un fram­men­to di ova­le di una O o for­se di una U. Sape­va bene cosa avreb­be dovu­to fare, solo che non ave­va idea di come far­la. Quan­do gli ave­va­no asse­gna­to l’esercizio di quel­la set­ti­ma­na si era sen­ti­to tran­quil­lo, far par­la­re un ogget­to – che ci vuo­le? – ave­va pen­sa­to. E in effet­ti le idee non era­no man­ca­te, un eser­ci­to di gor­mi­ti che asse­dia il giga­no­to­sau­ro in sca­la, l’urna del­la non­na che da con­si­gli sen­ti­men­ta­li, un astro­na­ve bipo­la­re e il suo pilo­ta. Però tut­to quel­lo che gli veni­va in men­te si evol­ve­va in una sto­ria sen­za mor­den­te, bana­le o addi­rit­tu­ra già scrit­ta. Così un’ora dopo l’altra ave­va riem­pi­to pagi­ne di sca­ra­boc­chi, can­cel­la­zio­ni, pure qual­che inci­pit nien­te male ma di nes­su­na sto­ria, nean­che abboz­za­ta, c’era trac­cia.
– Basta. Rinun­cio.